giovedì 28 luglio 2011

IL VERO PERICOLO: L’ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA’


Ogni regno discorde cade in rovina e nessuna città o famiglia discorde può reggersi. (Mt 12:25)
E’ quello che gli ermeneutici della continuità sono destinati a vivere, una caduta rovinosa li attende quando la Verità ed il cuore immacolato di Maria trionferanno.
Dietro i dibattiti contro i “tradizionalisti” (termine che a me non piace, io parlerei di cattolici) e sedevacantisti sul concilio Vaticano II, recentemente infatti c’è ne stato ancora un altro molto acceso tra “menti elette” (così si autodefinisce Padre Cavalcoli) sull’infallibilità, i gradi di insegnamento e la continuità del concilio stesso, viene messo in luce come essi siano discordi in se stessi, ostinandosi ad appoggiare la continuità dichiarata dal Santo Padre Benedetto XVI.
Tutto ciò dimostra quello che da sempre i Cattolici sostengono cioè che il concilio Vaticano II rompe con il precedente magistero.
In particolare, lo fanno, prendendosela con “due delusi” (ne dubito) Mons Gherardini e il Prof. De Mattei.
Ma come vedremo, questa discussione mette in evidenza come, con accentuazioni diverse, la gerarchia ecclesiastica stia andando alla deriva.
Per iniziare vorrei citare una frase di Mons Gherardini (Qui) : "Se si vuol continuare a incolpare il solo postconcilio, lo si faccia pure, perché effettivamente non è affatto privo di colpe. Ma bisognerebbe anche non dimenticare che esso è figlio naturale del Concilio, e dal Concilio ha attinto quei principi sui quali, esasperandoli, ha poi basato i suoi più devastanti contenuti".
Come dagli torto. Mah!
Nel dibattito (Leggi Qui) leggiamo la replica di MARTIN RHONHEIMER a BASIL VALUET : La mia affermazione che "Pio IX comprendeva la sua condanna della libertà religiosa come una necessità di ordine dogmatico" non contraddice la mia affermazione che non era stata insegnata come definitiva. Nemmeno è in contrasto con la mia posizione il fatto che Pio IX si era rifatto alla "dottrina delle sacre Lettere, della chiesa e dei santi Padri". Affermarlo, come fa Basile Valuet, equivale a ignorare interamente il nucleo della mia argomentazione, secondo la quale per Pio IX la libertà di religione, specialmente il diritto alla libertà di culto, implicava indifferentismo e relativismo religioso, e quindi difendere la libertà religiosa equivaleva ad affermare che tutte le religioni avevano lo stesso valore di verità. Una volta collegata la libertà religiosa all’indifferentismo religioso, essa ovviamente diventa una posizione persino eretica. Ciò che cambiò con il Vaticano II non fu che da lì in poi l’indifferentismo religioso non fosse più percepito come contrario al dogma cattolico, ma che esso non fosse più visto come un'implicazione necessaria del diritto alla libertà religiosa (questo cambio suppone anche il cambio di concezione della relazione fra potere temporale e spirituale, e della natura e dei compiti dello stato). Questa mia argomentazione è confermata dalla lettera apostolica "Post tam diuturnas" di Pio VII del 1814 che condanna la libertà di culto proprio come eresia, con l’argomento che essa implica l’affermazione che tutte "le sette eretiche" sono ugualmente vere come la Chiesa cattolica e che "tutti gli eretici sono sulla buona strada". Qui appunto c’è la discontinuità: il Vaticano II non vede più nella libertà di religione tali implicazioni d’indifferentismo, perché opera con un concetto diverso di Stato e di potere temporale (cosa che, come ho citato, Benedetto XVI afferma esplicitamente).
Infine dice: Certamente, e a mio avviso fortunatamente, su questo punto tra la posizione "preconciliare" e quella del Vaticano II, come ha rilevato Benedetto XVI, c’è discontinuità.
Non è quindi vero che la libertà religiosa come diritto civile, affermata dal Vaticano II, che implica libertà dalla costrizione da parte dello Stato in materia religiosa, non sia stata condannata da Pio IX. Ma – e questo è il nucleo della mia argomentazione, totalmente ignorato da Valuet – essa era stata condannata, sulla base di una determinata visione tradizionale dei rapporti fra Chiesa e Stato e della natura stessa dello Stato e quindi dei suoi "obblighi verso la vera religione e l’unica Chiesa di Gesù Cristo", in quanto necessariamente implicante l’indifferentismo religioso e appunto per questo ritenuta contraria al dogma cattolico (ed è qui il suo nucleo perennemente valido, nel quale si mostra anche la continuità a livello dogmatico). Il tentativo, infine, di Basile Valuet, nella sua intenzione certamente lodevole, di costruire un principio di diritto naturale P3 capace di contenere in se tanto la verità delle condanne di Pio IX quanto quella dell’insegnamento del Vaticano II, mi pare assai complicato, poco convincente – in fondo contraddittorio – e soprattutto superfluo
Rhonheimer è definito “ratzingeriano” eppure è in disaccordo con altri difensori della continuità.
Ma gli ermeneutici della continuità si ostinano imperterriti a dichiarare, anche con fatti che dimostrano il contrario, che esiste continuità contro le tesi sia dei modernisti (addirittura) che dei cattolici (l’esempio di cui sopra è emblematico).
Che negli insegnamenti del Vaticano II ci siano insegnamenti infallibili (di primo e secondo grado) è chiaro anche a mio figlio, il problema sono le novità, in realtà anche gli insegnamenti di primo e secondo grado contengono delle ambiguità.
P. Cavalcoli, quindi, come sempre, si schiera per la continuità e proclama che tutti gli insegnamenti del concilio Vaticano II, anche le novità sono infallibili, citando continuamente la Ad Tuendam Fidem.
Ma Valuet, giustamente, sconfessa Cavalcoli: sono assolutamente d’accordo che ci sono insegnamenti infallibili nel concilio Vaticano II, su punti del primo e del secondo grado. La mia osservazione non lo negava.
Ma non ci sono definizioni del primo grado né atti definitivi del secondo  grado. Questo deve essere infatti scartato a causa dei testi della Commissione teologica del Concilio durante il Concilio (perché non si trova nessun testo che indica espressamente l’intenzione di definire)
(che dovrebbe essere per i teologi il punto di partenza mentre p. Cavalcoli neanche prende mai in considerazione), e di diversi testi di Paolo VI alla chiusura e dopo il Concilio.
Si tratta invece solo di punti formalmente rivelati (1° grado) o connessi (2° grado) che erano o già definiti con definizioni dogmatiche (1° grado) o con “atti definitivi” (2° grado) anteriori, o già insegnati come definitivi dal magistero ordinario universale (sia del 1° sia del 2° grado).
 
Come detto, se in un documento c’è scritto che Gesù è il Figlio di Dio, non si fa fatica a comprendere che questa dichiarazione gode dell’infallibilità anche senza l’intenzione di definire.
Valuet continua così: Pertanto, se degli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono infallibili, questo non è dovuto all’infallibilità del concilio stesso, ma all’infallibilità di atti o consensi universali anteriori.
Ovviamente, si può ulteriormente costruire un argomento “a fortiori” a partire da là, “de facto”, perché ci sono cose infallibili nel Concilio. Però, non le cose “nuove”, che non venivano ancora definitivamente insegnate dal Magistero, visto che, per ipotesi, sono nuovamente insegnate dal Concilio. Ora, sono solo le dottrine nuove che fanno problemi per Mons. Gherardini e il Prof. De Mattei. (e vorrei vedere)
Si tratta in particolare, e forse soprattuto, dell’esistenza del diritto alla libertà religiosa, sulla quale appunto la congregazione per la dottrina della fede scriveva nel 1978 all’arcivescovo Marcel Lefebvre, facendo appello non al 2° grado, ma al 3°. (segue citazione lettera)
Ma ecco che interviene P. Cavalcoli che sentenzia: È mia convinzione (appunto sua!) che anche le dottrine nuove del Concilio, in quanto esplicitazione o sviluppo di precedenti dottrine dogmatiche o dogmi definiti, sono infallibili. Infatti mi pare che tutto il nodo del dibattito sia qui. Siamo infatti tutti d’accordo – Gherardini, de Mattei e noi – che le dottrine già definite presenti nei testi conciliari sono infallibili. Ciò che è in discussione è se sono infallibili anche gli sviluppi dottrinali, le novità del Concilio.
Io credo che bisogni rispondere affermativamente a questo quesito perché altrimenti che ne sarebbe della continuità, almeno così come la intende il Papa?
Ma Padre Cavalcoli, io che non sono una “mente eletta”, ma solo retta, vorrei fare alcune considerazioni:
1)      Il terzo grado (che poi sarebbe il secondo visto che ai primi due si deve lo stesso assenso) non esiste se ad esso si deve il medesimo assenso degli altri due. Mi chiedo, poi, ad esempio, perché una costituzione è definita dogmatica, altra pastorale, mentre altre ancora sono dichiarazioni, se sono tutte uguali perché definirle in maniera diversa?
2)      Con questo ragionamento ogni cosa detta dal magistero diventa dogmatica ed infallibile, ma in questo modo il soggetto Chiesa, il magistero vivente,  viene ad identificarsi con l’oggetto dottrina diventando cangiante nel senso di quella tradizione vivente modernista, trasformandosi in soggettivismo, cioè la Chiesa viene ad impossessarsi dell’oggetto che è immutabile (la Rivelazione  con le sue due fonti). Questa sovrapposizione tra soggetto ed oggetto, molto cara al teologo Ratzinger, è comprovata con un esempio:la tesi su San Bonaventura fu bocciata e definita storicistica, modernista, soggettivistica e tendente all’evoluzione eterogenea del dogma dal teologo Michael Schmaus proprio per questo primeggiare, inglobare e sorpassare l’oggetto da parte del soggetto (su questo punto vedasi Card. Ratzinger, O.R., 27.6.1990). L’unica voluntas definendi del concilio è stato il non voler definire e questa voluntas non è seguita dagli ermeneutici della continuità; continuità, che esiste, nel soggetto Chiesa, diversità nel modo di insegnare, pastorale non dogmatico, ma soprattutto diversità oggettiva nella dottrina. Il magistero vivente (il soggetto) evolve, non certo l’oggetto (la dottrina) che è immutabile, la “tradizione vivente” è l’errore di inglobare l’oggetto nella natura cangiante del soggetto (magistero vivente). Infatti P. Cavalcoli dice: Questo vuol dire non comprendere la saggezza delle parole del Papa. Egli infatti presenta il concetto di una continuità progressiva o evolutiva (non in senso modernistico ma cattolico), della quale ho detto sopra. Questo vale anche per la Tradizione, che egli chiama “viva”. Infatti il Concilio parla di uno sviluppo della Tradizione. Ma allora bisogna dimostrare che anche questo progresso è infallibile. Questo è il vero continuismo rispondente alla "mens" del Santo Padre. Mi sembra evidente quanto sopra dimostrato.
3)      Di cosa dovrebbe parlare il magistero se non di Fede, sebbene parli di morale, giurisprudenza od altro, tutto è collegato alla Fede. La sacra dottrina infatti è principalmente speculativa e secondariamente pratica occupandosi più di delle cose divine che degli atti degli uomini.(ST pI Q1 a4 r)
4)      Lo sviluppo è infallibilmente così definito: Cresca pure, quindi, e progredisca abbondantissimamente, per le età della storia, l’intelligenza, la scienza, la sapienza, sia dei singoli che di tutti, di ogni uomo e di tutta la chiesa, ma solo nel suo ordine, nello stesso dogma, nello stesso senso e nello stesso modo di intendere (Concilio Vaticano I Sess. II Cap. 4). Non mi sembra, da quello che abbiamo sopra riportato, che lo sviluppo, quindi la novità, sia in linea con questa norma infallibile. Questa dichiarazione infallibile, infatti, si riferisce al soggetto fino a Chiesa, poi,  secondo la formula di San Vincenzo di Lerino, all’oggetto che è la dottrina. Di questo avviso sembra essere anche il Prof. Radaelli. Il domenicano invece insiste nel suo dogma ancora non dimostrato ed indimostrabile, se non assurgendosi una superiorità assoluta in qualità di “mente eletta”: nel Concilio esiste un progresso dottrinale, esiste del nuovo, in continuità con l’antico, il quale nuovo come tale è infallibile come l’antico. Niente più canone di Lerino. Lo dice lui, lo conferma il Papa questione finita. Mentre abbiamo visto che persino i suoi colleghi continuisti, documenti alla mano, dimostrano il contrario. Onestamente l’atteggiamento di P. Cavalcoli e di tutti gli altri mostra un velo di fideismo.
5)      Ecco l’errore: partire dal principio che ci sia continuità. Ogni scienza procede da principi evidenti per sé o procedenti da principi che siano superiori (ST pI Q1 art.2 ob 1 ad1), in questo caso la continuità non può essere principio su cui basare un qualsiasi ragionamento, semmai è la conclusione a cui arrivare partendo dai principi che dovrebbero identificarsi nelle affermazioni del magistero, per approdare finalmente all’effettivo sviluppo nello stesso senso e nel medesimo significato. Mi sembra così evidente! In questo modo A=B sempre! Se la conclusione è un principio siamo in presenza di un dogma, ogni novità, qualunque essa sia, diviene un dogma! Il famoso agio quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est1 è finalizzato a questo, fare in modo che le novità, o sviluppi, siano in continuità nello stesso senso e nello stesso significato confrontandoli appunto con quanto sempre insegnato dalla Chiesa e, onestamente, P. Cavalcoli non può dimostrare questa continuità se non con un suo dogma, altrimenti, cosa peggiore, se riuscisse a dimostrarlo le porte degli inferi avrebbero prevalso. Tutta, anzi tutte le tesi di P. Cavalcoli avanzano dal “dogma” che sono in continuità e quindi infallibili, partendo da questo principio lui potrà anche sostenere la sua personale tesi della continuità, ma getta, oggettivamente, la Chiesa nella fallibilità dottrinale. Sia i modernisti che i cattolici negano questa continuità, la quale è ben più grave proprio delle posizioni degli stessi apostati per i motivi addotti. Inoltre, se queste novità non sono infallibili, vuol dire che sono fallibili. Ma allora è ammissibile che lo sviluppo di una dottrina di fede o prossima alla fede già definita sia falso? Si, lo ha dimostrato anche Rhonheimer anche lui continuista! Può il nuovo in campo dogmatico essere in contraddizione con l’antico? No! Ma come anche sottolinea Radaelli, il domenicano parte nuovamente dal principio, tutto suo, che le novità siano dogmi. Pur contraddicendosi poco dopo, come fa notare Radaelli, egli parte dal principio che gli sviluppi  di una dottrina definita, qualsiasi sia il livello, sia vera, non curandosi proprio di quanto insegnato dal concilio vaticano I. Ho già dimostrato come la Chiesa rigetti con almeno 25 passi tra Antico e Nuovo Testamento le false religioni e mi si viene a parlare di sviluppo di dottrine già definite. Suvvia. Comunque la ciliegina è Dimostrare la continuità delle dottrine conciliari con quelle precedenti non vuol dire dimostrare una pura e semplice continuità univoca: sarebbe un’impresa disperata, che darebbe ragioni valide a Gherardini e de Mattei. Dobbiamo dimostrare che si tratta di continuità evolutiva, per così dire analogica (“analogia fidei”), che non per questo diventa rottura, ma resta continuità. Lo so che sembra una contraddizione, ma invece così non è. Potrei dimostrarlo, ma qui sarebbe troppo lungo. Rimando solo al trattato classico del domenicano spagnolo Francisco Marín Sola, "La evolución homogenea del dogma católico", pubblicato negli anni ’50. Qui egli appunto mostra il concetto giusto del progresso dogmatico contro la falsa concezione del modernismo. Teorie simili si trovano nell’altro grande teologo domenicano francese, Yves Congar. Congar : noto teologo confratello di P. Cavalcoli negatore dell’inferno, inventore della “collegialità episcopale”, ammiratore di lutero, irenista, sospeso dall’insegnamento tra il 1953-54 e condannato quasi esplicitamente nella “Humani generis”, discepolo degli eretici Chenu (domenicano) e Blondel2 da cui mutuò, come dice lo stesso Cavalcoli, simili teorie “dell’evoluzione omogenea del dogma” come loro la intendono, infatti Congar parla di “tradizione vivente”. (Congar- La Tradizione e la vita della Chiesa, San Paolo, Catania, 1964, pp. 188-192).Mi sembra che tutto quadri, no?3
si è anche inserito il prof. Radaelli e sebbene mi trovi d’accordo su molti punti non lo sono certo quando afferma: non rottura ma anche non continuità….. non si può però ancora parlare in alcun modo di rottura…….però non si può parlare neanche di saldezza, cioè di continuità con la Tradizione.
Nella terza domanda infatti sembrerebbe voler salvare la tesi della continuità o almeno parla in maniera oscura di non continuità: terza domanda: «se noi neghiamo l'infallibità degli sviluppi dottrinali del concilio che partono da precedenti dottrine di fede o prossime alla fede, non indeboliamo la forza della tesi continuista?»
Certo che la indebolite, anzi la annientate. E date forza alla tesi opposta, che continuità non c’è. E questo in odore alla verità.
Ora tra rottura e non continuità (Mancanza di continuità, interruzione nel tempo o nello spazio: d. di movimento; d. della tradizione; d. di una superficie, ecc.; anche in senso fig., di cosa che non sia continua, coerente, unitaria nelle sue manifestazioni o qualità: d. di metodo; d. di tono, di stile; d. di un racconto, di un discorso, ecc – Dizionario Treccani) non si capisce bene come possa conciliarsi la continuità però, anche il prof. Radelli (tradizionalista) esclude dalle sue tesi il vero punto della questione che per loro si risolve nelle continuità a discapito di tradizionalisti, sedevacantisti e modernisti mentre col salvaguardare la continuità si rischia di far passare per fallibile la Chiesa, anzi lo si è fatto. Tentando di conciliare tesi opposte si finirebbe col dare ragione ai nemici della Chiesa che da sempre così la vogliono: non soprannaturale.
Mi sembra, anche in questo caso, l’oggetto sia fatto trascinare all’interno del soggetto.
In tal modo si porta la Chiesa alla fallibilità, mentre, se si tiene fermo che il soggetto è nella continuità, cioè la Chiesa e non l’oggetto, cioè la dottrina (del concilio naturalmente), la Chiesa rimane infallibile. Ego enim sum Deus et non mutor! (Mal. 3,6)
Di questa situazione ne godono gli eretici, gli scismatici e gli infedeli di ogni risma che, ora, infatti, “ben accettano” la Chiesa, tutto ciò perché è il soggetto che, avendo trascinato con se l’oggetto, ha avvicinato più essa a loro che, come dovrebbe essere, loro ad essa.
Da salvare qui non c’è la continuità o, soprattutto, le convinzioni di alcune “menti elette”, c’è da salvaguardare l’indefettibilità della sposa di Cristo e la Verità che essa conserva, protegge e tramanda, mentre gli ermeneutici della continuità con la loro ostinazione stanno facendo il gioco di satana, cercar di far prevalere le porte degli inferi, perché gli sviluppi e le novità del concilio (ma anche gli insegnamenti dogmatici ambigui) in rottura col magistero precedente sono evidenti sia ai cattolici che agli apostati: 2:1 la maggioranza vince!

                                                                                                          Stefano Gavazzi

NOTE:
1) Nell’articolo del Prof. Radaelli c’è un’imprecisione, in realtà la frase di San Vincenzo quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est  non è stata recepita dal concilio Vaticano I, quella recepita è eodem sensu eademque sententia (Commonitorium 28) che a mio modesto parere è il fine dell’indagine con cui dimostrare quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est, cioè credo che il senso sia che tra due affermazioni dello stesso argomento una antica ed una nuova, per stabilirne la continuità, quindi lo sviluppo (il vero sviluppo omogeneo) nello stesso senso e significato bisogna confrontarlo con ciò che sempre, ovunque e da tutti sia stato creduto. Infatti come riportato sopra il Santo Concilio dice cresca pure….. Mi sembra evidente che nulla c’è di vero e santo nelle altre religioni.

2) Blondel parlava di evoluzione eterogenea del dogma, quindi, pur spacciandola per “omogenea” i novelli teologi si rifanno, tutti, ai loro maestri, in fin dei conti coloro che sostengono la continuità conferiscono alle novità una evoluzione omogenea del dogma mai dimostrata e solo secondo il loro giudizio. E’ un’evoluzione eterogenea spacciata per omogenea mossa da quella tradizione vivente che è cangiante.

3) Come negli scambi epistolari avuti con P. Cavalcoli, il domenicano glissa sui fatti, soprattutto quando c’è di mezzo la massoneria, infatti dovrebbe sapere che l’evoluzione omogenea del dogma in NA, di conseguenza in DH è dovuta agli incontri tra il Cardinal Bea (iscritto alla massoneria) e jules Isaac componente della massoneria ebraica. Lazare Landau  confessa che Yves Congar fu incaricato da Bea e Roncalli di intrattenere incontri segreti con gli ebrei per sapere cosa si aspettassero dai Cattolici alla vigilia del concilio. (Tribune Juive” n° 903, gennaio 1986 e n° 1001, dicembre 1987).Tutte cose ormai risapute e comprovate.
Evoluzione omogenea del dogma!

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